Il paradosso della felicità, la noia e il senso di vuoto

Mentre cammino per le vie di una città qualunque la mia faccia è illuminata dallo spettro elettromagnetico dello schermo del mio iPhone.

Un ragazzo è morto in una rissa. Il prezzo del bitcoin è salito improvvisamente. A Buckingham palace c’è stato un nuovo scandalo. Un nuovo caso di discriminazione a Roma. Fedez lancia la nuova linea di smalti.

Non so di preciso dove mi trovo. Anzi sì, lo so. Sono letteralmente dentro il mio telefono. E il mio telefono è letteralmente dentro la mia testa.

La mia testa esplode. L’ho riempita troppo.

Ok forse esagero.

Ma d’altronde lo scopo di un’iperbole è proprio quello di esagerare.

La mia testa però si è realmente riempita troppo. Su quello non esagero. 

E anche la vostra. Almeno credo.

C’è un famoso paradosso sulla felicità che dice che la nostra felicità aumenta all’aumentare del reddito ma poi, oltre ad una certa soglia, inizia a diminuire.

Detto in altri termini: il troppo stroppia.

Eppure passiamo la nostra vita convinti di non avere mai abbastanza, anche quando abbiamo praticamente tutto.

Il vero paradosso è questo: anche quando abbiamo ciò che ci rende felici vogliamo di più. Fino al punto da non sentirci più felici.

Giulia ha un nuovo fidanzato. Matteo è in costa brava. Il prezzo del bitcoin crolla improvvisamente.

Quest’analisi basata sul reddito però non è sufficiente. E anzi, a tratti è pure un po’ semplicistica.

O quanto meno non è adatta a descrivere il mondo di oggi.

Il problema di oggi infatti è che abbiamo completamente smesso di ricercare anche solo lontanamente qualcosa di simile all’idea di felicità.

Non ne abbiamo più il tempo.

E forse nemmeno la voglia.

Non so dire se sia sempre stato così o se si tratta di un fenomeno nuovo.

Quello che so però è che ad un certo punto abbiamo iniziato a dire che certe attività erano noiose mentre altre no.

Anzi non lo abbiamo deciso. È successo e basta.

La storia dell’uomo (o almeno quella che posso raccontare) spesso non sembra altro che la rincorsa al nuovo stimolo. 

Stimolarci. Stimolarci. Stimolarci.

Cerchiamo qualcosa che ci tenga sempre su. Sempre sul pezzo. Sempre stimolati.

È crollato un altro ponte. Sara è con le sue amiche in spiaggia a Riccione. È uscito un nuovo social da non perdere. Supreme lancia il nuovo drop.

E attività che fino a poco tempo fa non erano noiose improvvisamente lo diventano.

Persino pensare è diventato noioso.

E così sputiamo di getto la prima cosa cosa che ci viene in mente. Nessuno riflessione. Il mondo corre. Non c’è tempo.

Pensa qualcosa al volo e scrivila su Instagram.

Ok forse esagero.

Non voglio essere troppo pessimista.

E non voglio nemmeno scrivere un pensiero completamente fine a se stesso.

Quindi vediamo di arrivare al dunque perché in questo caso si tratta di un punto abbastanza importante. O almeno credo.

Il punto critico della faccenda infatti riguarda il fatto che la nostra attenzione è diventata a tutti gli effetti una moneta di scambio.

Nel panorama capitalistico di oggi vince chi ottiene l’attenzione di qualcuno. Questo è il punto. 

Tutti vogliono la tua attenzione.

I media la vogliono. Le aziende la vogliono. Il bar sotto casa tua la vuole. E anche tua cugina o quella ragazza che hai conosciuto 3 anni fa in spiaggia chissà dove la vuole.

E tu vuoi la loro. E io voglio la vostra.

E così via. All’infinito.

Non dico che questo sia completamente sbagliato. Il punto è che quanto ti ritrovi all’interno di una guerra in cui in palio c’è la tua attenzione non ci sono più regole.

In qualunque guerra non ci sono regole.

Il giornale posta il video di un omicidio. Il tuo amico pubblica la foto di una casa da sogno (che non è sua). Il prodotto dell’azienda che ti sta targettizzando è sempre il migliore sul mercato.

L’asticella si alza sempre di più.

E dall’altro lato della battaglia ci siamo noi che da un lato vogliamo l’attenzione degli altri mentre dall’altro siamo diventati completamente dipendenti dagli stimoli che riceviamo.

Non riusciamo più a togliere lo sguardo dal telefono nemmeno mentre entriamo in doccia.

Sguardo.

Quella è la parola.

Perché ormai non siamo più in grado di prestare veramente attenzione. Ma solo di guardare.

La battaglia è per gli occhi.

Ho detto che non sarei stato troppo catastrofico ma credo di non esserci riuscito.

Il punto è che non so tutto questo dove ci stia portando e nemmeno dove ci porterà.

Non mi va di provare a tirare fuori il trick magico o di provare a dare la ricetta segreta anti social. Per una volta non voglio partecipare alla battaglia.

Voglio solo parlare più sinceramente di quanto abbia mai fatto di un problema abbastanza serio.

Il paradosso dei video anti social infatti è abbastanza palese (e pure io ne sono vittima). 

Facciamo un contenuto per mostrare agli altri quanto si stia bene senza social per poi passare i 2 giorni successivi a controllare quante visualizzazioni, like e commenti abbiamo fatto.

Il bitcoin sale di nuovo. Altre bombe in Siria. Salvini si scaglia contro il governo.

Il fatto è che siamo dipendenti dall’attenzione degli altri. E lo siamo più che in qualunque altro momento della storia.

Questo però è un gioco pericoloso. Stiamo mettendo nelle mani degli altri il controllo della nostra serenità mentale.

E oltre tutto stiamo modificando seriamente il modo in cui diamo importanza alle cose. Stiamo alterando in modo profondo e forse permanente  il nostro modo di valutare le informazioni.

E non abbiamo più nemmeno la voglia o la forza di fermarci a riflettere su questa cosa.

Perché pensare è noioso. Meglio farsi un altro giro sulla giostra.

Un mondo che perde la capacità di pensare però è un mondo pericoloso. È un mondo in cui la verità la porta chi vince la battaglia.

E il problema di tutto questo è che avviene silenziosamente. Poco alla volta. Giorno dopo giorno. Come una dipendenza.

Mi sento di dire che oggi stiamo vivendo un nuovo paradosso della felicità.

Ci siamo connessi per non esser più soli e forse siamo più soli di quanto lo siamo mai stati. E il fatto di esser così connessi non ci permette di rendercene conto.

Abbiamo sconfitto la noia. Siamo riusciti tutti quanti a farci notare per qualcosa. Abbiamo tutte le informazioni su tutto. 

Ci siamo riempiti. Eppure se gli occhi degli altri si chiudono ci sentiamo di nuovo vuoti.

Se nessuno ci guarda tutto perde di senso.

La mia testa esplode. 

Come dicevamo il troppo stroppia.

Non so se queste parole abbiano davvero un senso o risuonino di più come l’eco di qualcosa che sappiamo ma che ci siamo stancati di ascoltare.

Come tutti i pensieri però probabilmente è destinato a perdersi nella battaglia.

Bitcoin crolla di colpo. Israele bombarda di nuovo la Palestina. Siamo vicini al black friday. È uscito il nuovo iPhone.

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Pier Andrea
Pier Andrea
3 mesi fa

Bellissimo articolo

Giusi Orlando
Giusi Orlando
3 mesi fa

Questo post mi è piaciuto tantissimo. Bravo Andrea.

Alessandro
Alessandro
2 mesi fa

Una considerazione la volevo fare: “il troppo stroppia
Io sono una persona che reagisce alle opinioni soprattutto personali piuttosto che essere proattivo. Ci fosse un metodo per essere felici (forse quello di eliminare/risolvere quelle situazioni “io odio …” come Brontolone dei puffi) forse l’odio verso la persona che stiamo diventando ci logora e anche se abbiamo i mezzi per essere felici non li stiamo utilizzando a fin di bene. Ogni cosa ha il suo equilibrio, ricorda: il primo panino della giornata non sarà mai buono come il secondo (buono nel senso di utilità ovvero esagerando troppi potrebbero causare problemi di salute).
Ottimo articolo Andrea, continuo a esplorare il blog complimenti

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